Chi non accetta le contraddizioni naufraga nella complessità

L’autista del 62 notturno che mi ha preso su in via Amendola alle quattro del mattino aveva voglia di parlare e mi ha fatto cenno di levare le cuffie. Era sabato sera anche per lui, poveraccio. Il turno di notte in piena estate deve pesare parecchio, specie se la moglie è in vacanza e gli amici a Riccione a fare i règaz. Eppure non eravamo soli sul mezzo, nella parte posteriore c’era almeno una dozzina di paseggeri, ma dormivano tutti. “Salgono al capolinea a Corticella”, dice mentre aggiorna lo status di Facebook sulla rotonda di via dei Mille “si siedono e iniziano a dormire. Est, Pakistan, Ecuador. Li porto a spasso per tutto il turno, tengo anche l’aria condizionata accesa e cerco di fare le curve più leggere che posso. Avanti e indetro. Gente senza casa, secondo me qualcuno lavora ma non abbastanza per permettersi un letto. Con l’alba spariscono in silenzio nella città, ma al turno successivo quest’estate qui li ritrovo tutti. L’altro giorno è anche salito un giornalista e ne ha intervistato qualcuno, ma non sa se il caporedattore gli farà pubblicare il pezzo. D’estate la gente vuole altro”. Mentre scendevo dalle parti del Pratello a uno di loro è caduta una torcia nera, compatta, che ha iniziato a rotolare sul pianale del bus, nascondendo al suo padrone anche l’unico strumento per illuminare the darkness at the edge of town.

Area 51

C’è un Triangolo delle Bermuda, vicino a Pilastri di Bondeno, dove l’autoradio non capta nessuna stazione e gira a vuoto. E’ una twilight zone in cui nelle piene notti di luglio agli alogeni capita di fendere oggetti bianchi e fitti, sospesi sulla strada come nel mezzo in una nevicata siberiana. Ma sono solo zanzare emerse dai fossi. Oltre i canali, a tutte le ore, c’è sempre un motore rivettato nell’argilla che pesca acqua limacciosa da uno scolo e la lancia sui campi di meloni e cocomeri, in genere con un sovrintendente in canotta bianca che ne valuta severamente la gittata. A tutte le ore, giorno e notte. Sulla riva della statale i cartelli delle rivendite annunciano disponibilità di tinche, storione e pescegatti, salame zia e zucche violine. Gli indigeni si muovono solo su trattore, anche per andare al bar a giocare a boccette in locali chiamati Oblio Tropical o Dall’Alba al Tramonto, ma può capitare di affiancare un sikh in Vespa con il casco slacciato, appoggiato sul turbante. Le mogli restano invec spiaggiate sul cancello al limitare della magione, per donare sangue all’habitat mentre guardano senza speranza le macchine dei forestieri. Alcune case coloniche crollate sono avvolte da rose rampicanti, ma l’aria ha solo due profumi: anticrittogamico e letame, ambedue freschi di spruzzo. Se ci fossero delle verità sulla vita e sull’umanità andrebbero nascoste qui, nell’Area 51 della bassa.

Visto dal finestrino della fila 23, giusto dietro l’ala, il mare solcato dai salti di vento sembra una natica rigata dalle smagliature. Sfatto come le cinquanta sfumature di pupilla impegnate nella maratona catartica attorno a me, sulla terraferma alcune ore dopo. Ogni coppia di oblò sul mondo è protesa verso la crisi endorfinica del trentaduesimo chilometro. O della sesta ora di musica, nel capannone ormai illuminato a giorno dalle vetrate sul tetto e dagli scartocci di polveri sintetiche e compresse eucaristiche. Ma è il runner’s high della sesta ora che ti porta nell’unica bolla extrasensoriale che conta, quella in cui finisce il glicogeno e ti guadagni l’assunzione al cielo del puro ritmo endorfinico. Lo spremi per il rush finale come l’ultima goccia della migliore ambrosia, ma non te lo lavi via dai neuroni neanche tuffandoti in acqua dopo l’alba, quando facendo il morto faccia al sole incroci lo sguardo di un’altro che riflette sulle smagliature del mare, mentre la sua fila 23 scende su El Prat.

L’autunno è finalmente fuori dalla porta di casa. Lo sento nell’aria fredda, che si insinua a rivoli pungenti nella gola la mattina o la sera mentre arranco verso la macchina. Nei tramonti tersi e screziati di rosa sulle nuvole alte, sottili e lontane, che sbircio con la coda dell’occhio guidando verso casa. Nell’oscurità che avvolge la campagna sempre prima. Nell’aumentato desiderio di perdere lo sguardo fuori dal finestrino. Nella fatica con cui abbandono il tepore delle coperte per trascinarmi nella giornata che avanza.

Per quanto naturale non è mai un trapasso incruento. Trascina con sé la lieve e piacevole torpidità della S.A.D., dell’atavico riflusso semiletargico che accompagna il climax discendente della luce solare. Un qualcosa in cui è facile las ciarsi docilmente naufragare, cullati dalle curve della Virgiliana e poi più in la’, dove se ti fermi per un caffè puoi pagare con le marchesane e poi ancora oltre, dove i trattori lasciano posto ai camion, dove al semaforo si affianca un sikh in Vespa col casco appoggiato in coppa al turbante e poi ancora in avanti, dove la centuriazione ha raddizzato le strade e c’è un’abbazia sconsacrata di mattoni rossi atterrata dal cielo in un campo arato. Lungo i percorsi sghembi e tortuosi tra due angoli di piattume cisalpino la foschia fa percorrere strade che sarebbero piaciute a Heisenberg, perchè inevitabilmente destinate al vaglio del principio di indeterminazione. Chi eri, cosa volevi, dove andrai, quando partirai. Più ti affanni a definire la tua posizione più il percorso ti sfugge di mano. E più ti ostini -ad improbabili crocicchi con vista rotoballa- ad estrapolare indizi sulla destinazione di queste dannate stradine e più perdi il senso della posizione (relativa ed assoluta) di paesi persi tra i campi di meloni in cui l’unico bar si chiama Oblio Tropical. Chi vuoi essere, cosa credi di fare, dove pensi di andare, quando intendi sparire.

Dopo secoli di dicotomie aristoteliche il pensiero automobilistico è costretto a piegarsi alla logica intimamente fuzzy della nebbia. Il grigio che sale e prende alla gola. Il ragionamento approssimato. Privo di simboli. Che e’ nel contempo vero e falso, bello e brutto, frutto di una combinazione lineare di funzioni complesse o di un astruso intreccio di sfumature di colore e di pensiero. Tutta la logica tradizionale presume l’impiego di un bagaglio simbolico predefinito e preciso, che in queste terre ed in questi tempi va allegramente a puttane. Una condizione riduttiva inapplicabile nella valle dei delfini di palude e della gravità gioviana dei fossi per la lunga, ma solo in una ipotetica esistenza celeste, per dirla con Bertrand Russell. E sarà un caso, ma l’unica cosa celeste attorno a me, tra Malcantone e Poggio Rusco, e’ il display del lettore mp3. Quella logica che dovrebbe permettere di distinguere elementi belli o brutti, lunghi o corti, intelligenti o stupidi diventa fondata su un riduzionismo fatale, lacunoso dell’umana capacità ad operare approssimazioni e tollerare imprecisioni di misura e di percorso. Cosa che, peraltro, limita considerevolmente le probabilità di accedere in massa ai livelli quantici più alti della follia e dell’estro, per i quali le energie di attivazione vengono invece istantaneamente raggiunte soprattutto dallo smarrimento all’altezza di Pilastri di Bondeno, con una recrudescenza all’altezza di San Giacomo delle Segnate (probabilmente grazie alla combinazione lisergica di letame e nebbia) o inforcando un qualche viottolo dalle parti di San Martino Spino. Per di più quell’impostazione logica di viaggio lineare e time saving impone un approccio sequenziale e scandito nei tempi e nei modi, laddove il nostro spirito chiede un approccio in parallelo, in effettivo multitasking, sincretizzato, insomma alla cazzo, a braccio. Ed il navigatore, rigorosamente analogico, umano ed a vista, deve seguire una musa fuzzy. La musa dell’iter verosimile. La logica in cui i confini collassano, gli ambiti si mescolano e si marronizzano. In cui il limen tra appartenenza e non appartenenza ad una provincia, ad un mood, ad una statale, ad una destinazione, ad uno stile musicale, ad un’immaginario virtuale, ad un’iconografia, ad un’immagine di se’, ad un cliche’ culturale o di viaggio può essere attraversato in nome della polivalenza e della vaghezza. O forse della mimesi naif garantita da questa aria satura di acca-twee-o.

Ed i più delle volte mi trovo con le tasche bucate, fermo su un argine ignoto a ricercare una verità svanita nell’aria ed un giro di parole come un giro di basso ad accompagnare pensieri sfumati, convoluti e smarriti. E’ il comandante che parla: “Non sappiamo chi siamo, non ricordiamo cosa vogliamo, non riusciamo a dirvi dove vi stiamo portando nè quando arriveremo. Grazie per aver viaggiato con noi”. Oppure assaporo l’inebriante volontà di potenza di una subitanea illuminazione, ma mi smarrisco nel senso di inanità nato dal non riuscire a comunicare a nessuno la mia stessa epifania, perche’ l’unica cosa celeste in questo supremo smarrimento geografico e mentale non fa altro che portare il decisivo contributo discrasico ed e’ chiusa nel lettore mp3 e preme per uscire nella nebbia passando per cuffie ad alto rischio contravvenzione.

Forzatoro

soccerballs43

Quando
oggi al bar di riferimento ho ordinato un Chinò sono stato pervaso da un imperfetto
ed ondivago sentimento. Lo volevo davvero? Il retrogusto dolceamaro, tutte quelle
bollicine, era davvero quello che mi serviva? Non mi bastava la bottiglietta
di naturale? Non avevo già soddisfatto i miei bisogni fondamentali? Sì, dai,
mi bastava. Poi le bibite troppo gassate possono alterare l’equilibrio interno
e le budella sono un pò come uno spogliatoio: chiuse nell’umido, avvolte su
se stesse, legate a dinamiche alchemiche ed imperscrutabili e soprattutto generanti
strani odori che si infilano sotto le porte. Meglio non mettersi in condizione
di risultare imbarazzante, di non poter gestire il borborigmo. Mi dicevo, no,
niente Chinò. Basta così. Ci penseremo poi.

Ma
la voluttà premeva. La sublime sensazione della bevanda dell’ottimismo, pazzerella
e genialoide. Si sa, al cuor non si comanda, ma al Piacere ancor meno. Così
mi sono girato verso il bancone ed al barista un pò bauscione ho detto: “mi
dia un Chinò. Non mi serve ma ne ho assolutamente bisogno”.



Eristica
: degenerazione della dialettica in contesa di parole, suoni, immagini.
Polemica senza risultato e senza significato, che non tende ad una dimostrazione,
ma è fine a se’ stessa e si avvale sovente del plagiarismo più estroso e raffinato
al fine di stupire avversari, sostenitori e semplici astanti. Come metodo di
discussione, e’ affine alla forumistica ed alla sbocciata genialoide da circolo
ARCI di paese. Parte da una posizione scettica ma non si rende latrice di alcun
valore filosofico, bensi’ possiede il carattere di un gioco, perche’ perviene
sempre ed invariabilmente all’assurdo. Necessita di essere scandagliata a fondo
per comprendere a pieno il rutilante fil rouge che la pervade. Famosi in quest’arte
gli Oldserbclubs
di tutto il mondo (scuola slava minore)

Eristicazione
da U. Cantoro, Vocabolario Filosofico, Ed. Gallo, Bologna, 1955 Pag 122

Raggunier’ Sircana

Lo
Ragguniere che jéva pe mare
le venne voglia de se ‘nzorare;
se facette no bello vestito
de scarde de spine pulito pulito
cu na perucca tutta ‘ngrifata
de ziarèlle ‘mbrasciolata
co lo sciabò, scolla e puzine
de ponte ongrese fine fine.

Cu
li cazune de rezze de funno,
scarpe e cazette de pelle de tunno,
e sciammeria e sciammereino
d’àleche e pile de voje marino,
co buttune e buttunera
d’uocchúe de purpe, sécce e fèra,
fibbia, spata e schiocche ‘ndorate
de niro de secce e fele d’achiate.

Doje
belle cateniglie
de premmone de conchiglie,
no cappiello aggallonato
de codarino d’aluzzo salato,
tutto pòserna e steratiello
jeva facenno lo sbafantiello,
e gerava da ccà e da llà
la ‘nnammorata pe se trovà!

La
Baldracca a lo barcone
steva sonanno lo calascione;
e a suono de trommetta jeva cantanno st’arietta:
«E Ilaré lo mare e lena,
«e la figlia da sié Lena
«ha lasciato lo ‘nnammorato
«Pecché niente l’ha rialato ».

‘O
Ragguniere ‘nche la guardaje
de la Baldracca se ‘nnammoraje;
se ne jette da na Corona
la cchiù vecchia maleziosa,
l’ebbe bona rialata
pe mannarle la mmasciata:
la Corona pisse pisse
chiatto e tonno ‘nce lo disse.

La
Baldracca ‘nch’a sentette
rossa rossa se facette,
pe lo scuorno che se pigliaje
sotto a no scuoglio se ‘mpizzaje;
ma la vecchia de vava Alosa
sùbeto disse: « Ah schefenzosa
«De sta manera non truove partito,
«’ncanna te resta lo marito.

«
Se aje voglia de t’allocà
«tanta smorfie non aje da fa;
«fora le zeze efora lo scuorno,
«anema e core e faccia de cuorno
Ciò sentenno la sii Baldracca
s’affacciaje a lo marciapiede,
fece n’uocchio a zennariello
a lo speruto ‘nnammoratiello.

Ma
lo paparazzo che steva de posta
la chiammaje faccia tosta,
tradetora, sbrevognata,
senza parola, male nata,
ch’avea ‘nchiantato l’Miccichè
primmo e antico ‘nnanunorato;
de carrera da chisto jette
e ogne cosa ‘Ile dicette.

Quanno
lo ‘ntise lo poveriello
se lo pigliaje o’pisce lesso Bondi;
iette a la casa e s’armaje a rasulo,
se carrecaje comm’a no mulo
de scoppette e de spingarde,
pòvere, palle, stoppa e scarde;
quatto iuornali e tre soubrette
dint’a la sacca se mettette.

‘Ncopp’a
li spalle sittanta veline,
ottanta rullini e novanta aggenzie;
e comm’a guappo Lele Mora
jeva trovanno lo ragguinere;
la disgrazia a chisto portaje
che mmiezo a la chiazza te lo ‘ncontraje:
se l’afferra po crovattino
e po ‘lle dice: «Ah malandrino!

«Tu
me la lieve la ‘nnammorata
«e pigliatella sta mazziata».
Tùffete e tàffete a meliune
le deva pàccare e secuzzune,
schiaffe, ponie eperepesse,
scoppolune, fecozze e conesse,
scerevecchiune e sicutennosse e
ll’ammacca osse e pilosse.

Venimmoncenne
ch’a lo rommore
sennatore e dipputate ascettero fore,
chi co mazze, cortielle e penne,
chi co spate, spatune e spatelle,
chiste co barre e chílle co spite,
chi co ammènnole e chi co antrite,
chi co tenaglie e chi co martielle,
e chi co torrone e senz’o’cerviello.

Ruossi,
Verdi, exdemmocristiane
s’azzuffajeno comrn’a fere.
A meliune correvano a strisce
de sto partito e de chillo li pisce.
Che bediste de sarde e d’alose!
De palaje e raje petrose !
Sàrache, diéntece ed achiate,
scurme, tunne e alletterate!

Pisce
palumme e pescatrice,
scorfene, cernie e alice,
mucchie, ricciòle, musdee e mazzune,
stelle, aluzze e storiune
merluzze, ruongole e murene,
capodoglie, orche e vallene,
capitune, aùglie e arenghe,
ciéfere, cuocce, tràecene e tenghe.

Treglie,
trèmmole, tratte e tunne,
fiche, cepolle, laune e retunne,
purpe, secce e calamare,
pisce spate e stelle de mare,
pisce palumme e pisce prattielle,
voccadoro e cecenielle,
capochiuove e guarracine,
cannolicchie, òstreche e ancine.

Vòngole,
cocciole e patelle,
pisce cane e grancetielle,
marvizze, màrmure evavose,
vope prene, vedove e spose,
spinole, spuonole, sierpe e sarpe,
scàuze, ‘nzuoccole e co le scarpe,
sconciglie, gàmmere e ragoste,
vennero ‘nfìno cole poste,

capitune,
sàure e anguille,
pisce gruosse e piccerille,
d’ogni ceto e nazione,
tantille, tante, cchiù tante e tantone.
Quanta botte, mamma mia!
che se divano, arrassosia
a’ centenare le barrate!
a’ meliune le petrate!

Muorze
e pizzeche a beliune!
A delluvio li secuzzune!
Non ve dico che bivo fuoco
se faceva per ogni luoco!
Ttè, ttè, ttè, ccà pparoloni!
Ttà, ttà, ttà, llà n’o’salotto bbuono!
Ttà, ttù, ttù, n’copp’o Espresso!
Bu, bu, bu, llà li edituriali !

Ma
de gossip so già stracquato
e me manca mo lo sciato;
sicché dateme licienzia,
graziosa e bella intellighenzjia,
‘nfì che sorchio na meza de seje,
co salute de luje e de leje,
ca se secca lo cannarone
sbacantànnose lo premmone.

O’
Guarracino Reloaded – Roberto Murolo

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